siamo siciliani, o meglio sciclitani, un popolo di massari, campieri e gabelloti. Sarebbe nostra gioia accogliere la mondezza degli amici napoletani nella gradevole discarica che insiste sul nostro territorio. Il luogo è ameno ed ha anche un bel nome, quello di un Santo: Biagio. La scelta del titolo per il centro delle riposte lordure non fu casuale, e storicamente necessitata è la giustificazione della nostra occorrenza.
Biagio era medico e venne nominato vescovo della sua città, al pari del medico Cantore (per dirla sempre col Foscolo) proclamato Sindaco del suo paese: Scicli. A causa della sua fede, Biagio muore martire ed è Santo subito. Il nostro Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda è ancora in vita. È stato comunque in fama di santità. L’analogia agiografica tra i due medici è sorprendente ed a dir poco imbarazzante.
Ecco quel che scrive l’arciprete Antonino Carioti a tal riguardo, nelle sue notizie storiche della città di Scicli:
“.. A causa della sua fede, tanto poco cattolica quanto esageratamente comunista, il Sindaco di Scicli venne politicamente imprigionato dai Modicani; al momento della “cattura” fu lasciato solo dagli eremiti amici suoi che fuggirono assai prima del ratto; durante il processo rifiutò di rinnegare fede e dottrina e, per punizione, fu straziato con i pettini di ferro che si usano per cardare la lana e condannato ad ospitare nel suo territorio, ad perpetuum e senza obolo alcuno, la mondezza della Contea.
Nella causa ad beatificandum del medico Sindaco, il tormento della condanna dell’editto Modicano, scontato giorno per giorno dai suoi concittadini, non agevolò tuttavia il processo di glorificazione. L’iter di beatificazione si arrestò alla canonizzazione e non passò mai per gli uffici di Roma.
Una motivazione plausibile del mancato supplizio [che l’avrebbe fatto Santo!] del Sindaco di Scicli, già Imperator de Badiula et Senator de Stradanova defendenda, può essere trovata nel dissidio dell’allora Margherita e del fu partito dei Democratici di Sinistra, che portò a persecuzioni locali, con distruzione di chiese dopo il restauro, chiusura di strade e viuzze basolate, condanne ai lavori forzati per i Democratici Cristiani e lobotomia indotta per Comunisti e Rifondaroli. La rivoluzione delle coscienze d’allora deviò l’impeto della rivalsa popolare su argini clementi, e del doveroso martirio del medico non se ne seppe più nulla .. ”
Così fu la storia della discarica di San Biagio e del Sindaco nostro Cantore, Santo mancato.
Questa breve e cauta discesa tra le rapide del passato, breve per ragioni di spazio, e cauta per la scarsa attendibilità delle fonti, segna il passo alla nostra querela: rendeteci ciò che la Storia ci deve e che il nuovo Presidente dell’Ato, con la paventata chiusura del sito, vuole per sempre distruggere.
Eccellenza, Signor Premier, siamo pronti ad accogliere, nel giubilo e nel gaudio della nostra antica tradizione monnezzara, la «dovizia» omogeneizzata e compattata dei nostri fratelli borbonici, dignitosamente non differenziata e ripudiata da tutti. Ne abbiamo fatto una questione morale, ancor prima che storica e conservatrice di valori e ideali, da difendere e tramandare, e che nessuno mai potrà cancellare.
Abbiamo bisogno delle malformazioni fetali e dei tumori della nostra discarica per andare avanti. La mondezza conferita da Modica, mai captata e tanto meno pagata, da sola, non soddisfa più le già meste aspettative. Consegnate qualche tonnellata di nostalgica sozzura al popolo di Scicli.
DA “DEDESCRÉDITO DEL HÉROE”(1977)DI J.M. CABALLERO BONALD
A Schermaglie d’amor letto di piuma(1)
Nessuna impronta (è) tanto inconsolabile
come quella lasciata da un corpo
tra le lenzuola
e soprattutto
quando il rilassarsi della memoria
dura di più
di quanto ragionevolmente dovrebbe.
S’infrange l’alba sul cuscino
e qualcosa vicino ansima, forse un ultimo
rantolo trattenuto
dalla carne, il senso peraltro nemico
della noia che si piazza
tra i capricciosi arredi
della notte.
Svegliati, (che) già è giorno,
guarda i resti del naufragio
brutalmente disseminati
sul trasparente confine della veglia.
A volte è solo un accordo, una tregua
unta di sudore, la estenuante
ricostruzione del luogo
in cui rimase ad assediare il taciturno
oggetto del desiderio.
Ricordi
minacciosi si trascinano tra un cumulo
di trofei e scorie, smorzano
la disarmata colluttazione dei corpi.
A schermaglie d’amor letto di piuma.
(1) “A batallas de amor campo de pluma” verso famoso con il quale Luis de Góngora y Argote (1561-1627) chiude la prima parte delle “Soledades” poema bucolico-pastorale in quattro parti. Qui Góngora fa un espresso riferimento all’epistola scritta da Boscàn a Don Diego de Mendoza(1539-1540) nella quale magnificava le gioie della sua vita coniugale, paragonando il letto ad un campo di battaglia. Il genio poetico creativo di Góngora va al di là della prosa di Boscàn. Lo immagina, come scenario erotico e malizioso dell’innamorato con la sua amante, preparato, da una complice e previdente Venere, con piume delle sue colombe perché risulti il più morbido e accogliente
possibile “siendo amor una deidad alada bien previno la hija de la espuma” (essendo amore una divinità alata ben previde la figlia della spuma del mare)
Verlaine, il famoso poeta francese(1844-1896), ammiratore di Góngora, lo pose come epigrafe nel sonetto “Lassitude” dei “Poèmes saturniens”(1866).
Góngora, principale esponente della corrente letteraria del “culteranismo” spagnolo, conobbe un lungo periodo di oblio. La sua storica e proverbiale opposizione a Quevedo, nonché la sua poesia estremamente raffinata e ricca di neologismi latini e greci che voleva celebrare il trionfo del Rinascimento, lo confinarono in un ghetto dal quale coraggiosamente lo riscattò la generazione chiamata del “27”. Cioè quel gruppo di intellettuali e di poeti come Pedro Salinas, Federico de Onís, Vicente Aleixandre, Federico Garcia Lorca, Luis Cernuda, Miguel Hernandez.
DAL “DEDIARIO DEARGÓNIDA” DI J.M.CABALLERO BONALD
Mito
Mai più sarai lo stesso(uomo) che un tempo
visse insieme agli dei.
Tempo
di benevole porte socchiuse,
di corpi accoglienti, di eccitanti
attraversate fluviali e di miti.
Tempo magnanimo
condiviso pure con semidei
vagabondi ed uomini di mare che si fregiavano
dell’ardito prestigio degli eroi.
Che cosa (ti) è rimasto, o Ulisse, di quella vita.
La storia è indulgente, meritate le ricompense,
Gli dei sono ormai pochi ed in estinzione.
Giusti e peccatori si scambiano i loro sogni.
Gentile Socrathe Le invio altre due liriche di J.M. Caballero Bonald. Spero che Le piaceranno.
Postato da: Un Uomo libero. il: 15/02/2008 00:01
L'orbita della parola
Gentile Socrathe troverá qui trascritta una lirica di J.M. Caballero Bonald sulla "parola" che spero le piacerá. Un cordialissimo saluto.
DA “LAS ADIVINACIONES” DIJOSÉ MANUEL CABALLERO BONALD
Orbita della parola
Ho detto per esempio: amata, paese mio,
madre mia, speranza, siamo uguali, sempre,
pane, fratello, ti amo…Ho detto infine che il mondo
sta sulle mie labbra, gira sui loro bordi, mi detta
la sua parola avida, mi stringe tra i nodi
che strozzano la storia furtiva del(l’uomo) che fui.
Tutto questo l’ho già detto e chissà se basterà,
chissà se ciò che ho taciuto era da dimenticare,
cumulo di ambizioni sotto il quale un dio mi sotterra,
perché mi redima, indovinando il perimetro
che separa la mia bocca da tutti i percorsi
tracciati dalle parole che brancolano nel buio.
Però io sono un uomo. La mia memoria vive,
va al di là del tempo, di giornate guadagnate
a forza di rinunce, di misere astuzie
per andare avanti e stare solo e dopo andare ancora.
Però io sono terra. I miei effimeri sogni
non possono contenere quel vespaio di indizi
che il mio corpo riceve, che le mie mani accolgono
e sempre più riduco ciò che più mi distrugge.
Studio ciò che sono, cioè, il mio segreto,
quella possibilità che mai mi si offre e mi scopre,
che mi accompagna sempre e controlla i miei ozi.
Vedo la mia casa al sud, luminosa tra nebbie,
fatta di sogni miei, di solitari perché,
cresciuta per me come il frumento per il pane.
Pronuncio il suo nome ed altri che le mie labbra racchiudono.
Riunisco nella mia memoria le vite che ho amato,
i posti dove vissi, i libri che abitai,
tutta la realtà ed il sogno di cui sono fatto.
E subito in questo giorno di ottobre, non so quale,
mi sono imbattuto bocconi in un tempo vuoto,
nel pane non condiviso con altri della mia solitudine,
e quasi ho la certezza che non potrò mai
imbrigliare la corrente di tantigiorni inutili(,)
ché van precipitando nella mia ignoranza dell’oggi,
in questa vulnerabile memoria che sembra
contenere la calda consistenza della pioggia,
l’ombra della mia infanzia nella quale continuo ad essere
una paura battagliera, un timore checonserva
quest’ultima traccia di speranza o di musica
che si perde in lontananza e mi fa capire
che tuttavia cerco quella parola che finalmente mi potrà salvare.
Postato da: Un uomo libero. il: 07/02/2008 18:56
Per: Un uomo libero
Mi perdoni Uomo Libero, ho visto il commento solo adesso.
socrathe@hotmail.it
è il mio indirizzo di posta.
Buona Domenica
e.. grazie ancora
mi son permesso di passarla a donna Santhippe.. vogliamo sentire i suoi commenti!!! Postato da: Socrathe il: 03/02/2008 00:17
Sempre per Socrathe
La risposta a Walt si trova su "una lista civica fuori sede". Mi scuso con Lei per il mio lapsus. A rileggerla. Postato da: Un uomo libero. il: 02/02/2008 21:19
Per Socrathe
Se non l'ha ancora letta, La informo che ho postato una lirica da me tradotta di J. M. Caballero Bonald intitolata "Summa vitae" in risposta a Walt. La indirizzo anche a Lei, mio caro amico, che so molto amante della poesia. Spero che gli piaccia. Un saluto. Postato da: Un uomo libero. il: 02/02/2008 16:38
Querido H. L. . Qué significa la firma que "sin la b. por H. Ella aporta espesa b. ?
Postato da: il: 26/01/2008 22:30
L'ira della storia
Carissimo amico, a dirla tutta Rumiz non ha mai avuto la mia stima; era solo un pretesto, semplice, comodo, per scatenare l'ira della filologa amica mia. Santhippe è Signora incontrastata di Storia Medievale. Non ha mai letto Rumiz e credo mai lo leggerà. Forse Rumiz ha letto Santhippe. Ne sono certo. Porto il suo commento, attento, puntuale, in discarica., amico mio. Devo anche aggiungere una chicca sull'imperatrice Amalasunta (che Imperatrice non è mai stata). Su Google alla voce "imperatrice amalasunta", Socrathe è primo! Chissà come l'avrà presa la facoltà di Storia Medievale dell'Università di Napoli!
A presto
Socrathe
Santhippe
Postato da: Socrathe il: 24/01/2008 11:17
I barbari di Paolo Rumiz
Caro Socrathe come la colta e gentile Santhippe, anch'io prendo le distanze dall'articolo di Paolo Rumiz su Repubblica da Lei citato. Paolo Rumiz é una penna straordinaria. Dallo stile accattivante, coinvolgente, coniuga splendidamente dottrina e fascinazione. É uno dei miei giornalisti scrittori preferiti. Peró debbo purtroppo dissentire su quanto scrive a proposito dei popoli barbari. Tutto quello che c'era da dire l'ha detto, magistralmente, la coltissima Santhippe. Su una cosa Rumiz ha ragione. I barbari, in quanto nomadi, erano assolutamente maestri nell'arte di lavorare i metalli ed anche in tutto ció che si riferisce a lavori di oreficeria in genere: uniche vere testimonianze sopravvissute al loro regno del nulla. Cosí mi piace chiamare la loro epoca. Non capivano niente delle leggi romane. I codici di Teodorico, di Teodosio di Eurico ecc. non sono altro che raggruppamenti di leggi romane precedenti, di decretali e di bolle dei pontefici, e via discorrendo. La stessa societá visigota ( per ragioni di luogo dove vivo - Madrid-a me piú familiare) era irrimediabilmente frammentata, non avevano neppure saputo "ricopiare" l'ordinamento sociale romano, tant'é che recuperavano, al momento della guerra, la figura celta del "caudillo". Dell'architettura visigota, nella penisola iberica, non rimane oggi quasi nulla (una sola chiesa intatta: San Juan de los baños) e le poche tracce testimoniano la totale ignoranza delle regole di costruzione romane per il fatto che recuperavano le stesse pietre delle rovine romane e le riutilizzavano in modo improprio nei loro piccolissimi templi. Ci restano invece notevoli gioielli: La corona di Recesvinto, per esempio, che Lei potrá ammirare in copia al museo archeologico Nazionale di Madrid. Una grande corona votiva con smalti e pietre preziose incastonate in fogli d'oro che ricoprivano un'anima di legno. Faceva parte del tesoro de Guarrazar, sicuramente la piú importante ed unica testimonianza di arte visigota. Tesoro ritrovato per caso vicino Toledo da un agricoltore nel 1858 e faticosamente recuperato dallo stato spagnolo, dopo essere stato smembrato e venduto di nascosto, in tutti i musei e gli antiquari del mondo. Toledo, la capitale del regno visigoto, non possiede quasi nulla. Non cosí per gli arabi, invece, che, nel 711 cancellarono in meno di 20 anni, con una conquista fulminea della penisola iberica, la loro storia: le tracce sono splendide ed importanti. Del periodo califfale (992-1030) basta menzionare la sola mezquita di Cordova. Una mezquita dichiarata impura giá nel sec. XI dagli Almohades che si sostituirono agli Abadíes perché costruita su una precedente chiesa visigota dedicata a san Vicente per cui orientata come tutte le chiese cristiane a Est (Cristo é il sole che nasce-come lo é pure il nostro San Matteo!) e non a sud este (direzione de La Mecca) come vuole il corano. Del periodo taifale la splendida Alhambra di Granada tanto per citare degli esempi noti ed importanti. Spero che abbia avuto la pazienza di leggermi. Cordialmente La saluto. Postato da: Un uomo libero. il: 23/01/2008 22:46
La storia del genere umano diventa sempre più una gara
fra l'istruzione e la catastrofe.
Postato da: STA il: 21/01/2008 17:54
Per l'amico Socrathe
Mio caro amico Socrathe, mi invitate a nozze con tale argomento e solo l'idea di contrastare le vostre dotte disquisizioni eccita la mia vena dialettica! Non farò una lezione di storia medievale per non tediare gli eventuali lettori e cercherò di essere breve, anche se purtroppo non ho il dono della sintesi. Esordisco col dire che la storia è troppo complessa per impararla da un articolo di giornale. Bene, adesso viene fuori che i barbari erano civili, colti, raffinati e anche artisti! Mi fa specie che lo diciate voi, siciliano, abitante di un'isola da sempre terra di conquista, anche dai vostri decantati barbari. I vostri antenati, mio caro, hanno dovuto subire, a partire dall'anno 440 d.C., l'invasione e la conquista da parte dei Vandali di Genserico, che razziarono,distrussero e si abbandonarono ad una inutile violenza rimasta proverbiale come...vandalismo. L'idea che corre alla mente quando pensiamo ai barbari è quella di rozzi pecorai seminomadi, che calano verso le terre mediterranee non certo attirati dalla cultura e dall'arte di quei popoli, ma dalla fame. Non credo che l'unno Attila,quando marciava alla testa del suo animalesco esercito, frollando per giorni, sotto la sella della sua cavalcatura, la carne che poi avrebbe divorato (e solo il pensiero ha su di me un forte potere emetico!) pensasse all'Eneide di Virgilio o alla concinnitas ciceroniana e tanto meno alla Domus Aurea o all'arco di Traiano! E vogliamo parlare di Teodorico? E' vero che egli da bambino fu educato a Bisanzio, e conosceva il greco e il latino, ma i cromosomi barbari non lo tradirono mai e, tra l'altro, si macchiò dell'assassinio di Severino Boezio, uomo saggio e coltissimo, filosofo ("De consolatione philosophiae") e suo maestro di palazzo. Tralasciamo Carlo Magno che,ergendosi a paladino della Chiesa, convertiva i popoli barbari non come un missionario, ma facendoli sfilare davanti a un patibolo: se accettavano di convertirsi, la Chiesa aveva un cristiano in più, altrimenti andavano a ingrossare le cataste di mancati cristiani decapitati! Per quanto riguarda i regni romano-barbarici, l'integrazione tra i due popoli consistette solo nel fatto che si divisero i compiti. Ai romani,acculturati o quanto meno alfabetizzati, fu assegnata l'amministrazione del regno, mentre i barbari tennero per sè quello che meglio sapevano fare: la difesa con le armi. Essi non rinunciarono mai alle loro leggi e alle loro tradizioni: vi dicono niente i termini faida, ordalia e guidrigildo? Quest'ultimo poi è stato assorbito nelle nostre tradizioni..pagare per avere la cancellazione di un reato commesso. Che poi, convivendo con gente di antica civiltà, alla lunga si siano dirozzati anche loro, è inevitabile: chi è a stretto contatto con un filologo, ad esempio, per il principio dei vasi comunicanti impara anche la consecutio! Se avete avuto la pazienza di leggermi fin qui concludo con una citazione: "Le biblioteche pubbliche di Roma e delle province scomparvero: alcune vennero saccheggiate, altre bruciate, molte semplicemente vennero abbandonate al loro destino. Del resto, la cultura germanica dei nuovi padroni era una cultura fondata essenzialmente sull’oralità, che quindi non poteva comprendere quali tesori si conservassero nelle biblioteche romane, né poteva preoccuparsi della loro sorte. .Difatti, soprattutto per quanto riguardava la cultura scritta, gli usi dei “barbari” invasori contrastavano con la precedente consuetudine romana: presso i Germani l’oralità aveva decisamente il predominio sulla scrittura e tale abitudine comportò un totale disinteresse verso le biblioteche, istituzioni deputate proprio alla conservazione di quel sapere scritto che per essi non aveva alcun senso (!!!)"
E con questo credo sia sufficientemente chiara la mia tesi: non mi convincerete mai che i barbari...non fossero barbari!
Au revoir...mio diletto amico.
Postato da: Santhippe il: 21/01/2008 12:18
I Barbari
Non erano né rozzi né incolti. Prendo spunto da un articolo di Rumiz -La repubblica-, per rispondere alla colta e cara Santhippe. Non erano rozzi affatto, diletta amica. "Le aristocrazie barbare e romane avevano gli stessi modelli di autorappresentazione. L´imperatrice Amalasunta, sesto secolo, non me voglia la cara Santhippe se mai l'ha sentita nominare dalle sue parti, è in tutto e per tutto bizantina; la figlia di Teodorico l´ostrogoto ha scettro, corona, globo e dalmatica; abbina magnificamente la potenza del Nord con la raffinatezza d´Oriente, è una valchiria nei panni di Teodora, imperatrice costantinopolitana." E che dire della croce votiva visigota di Cluny, capolavoro di oreficeria e omaggio commovente alla Chiesa di Cristo, per non parlare del reliquiario merovingio dell´abbazia Svizzera di Sain Maurice d´Agaune, un barbarico cofanetto che ingloba un cammeo classico. [...] Su una cosa devo per forza inchinarmi alla sua ragione, Santhippe cara, il ruolo della Chiesa. I barbari avevano un solo desiderio: integrarsi. E per integrarsi "veramente" erano costretti a divenir cristiani. Gli esempi non mancano tra gli Alemanni, gli Svevi, i Vandali, i Goti ed i Longobardi. Il cristianesimo, poteva benissimo vivere accanto alle tradizioni, alla cultura di questi antichi immigrati, poteva "inculturarsi" meglio con loro, senza togliere nulla alle loro identità. Forse è anche per questo se l'eredità monumentale di Roma, dell'impero, si è conservata sino ad oggi integra (o quasi). Grazie ai Barbari, integrati e colti!
Postato da: Socrathe il: 20/01/2008 20:46
Le parole tra noi leggere
Grazie, gentile Santhippe, non tanto per i Suoi apprezzamenti nei miei confronti, da me sicuramente poco meritati quanto per la Sua prosa magnifica, leggera e profonda, carica di significati e di appassionato confronto. Sará sempre un piacere leggerLa! Postato da: Un uomo libero. il: 18/01/2008 15:47
L'oro della Discarica
Santhippe che scrive su Sciclinews!! Una filologa recalcitrante et indomabile.. non s'era mai vista in natura.
Un bacione... Postato da: Socrathe® il: 17/01/2008 21:27
Per un laico (in)sofferente
Egregio laico o come altrimenti si chiami, la mia "lectio magistralis" non era rivolta di sicuro a lei, tanto piú che ha dato segni di non gradirla affatto. Peró, considerando che tutti i blogger di questo giornale non sono riepilogati nella Sua persona, disattendo quindi, come del resto era naturalmente prevedibile, il suo accorato appello. Chiunque é libero di leggere un commento, di non leggerlo, di chiosarlo, di attaccarlo(come Lei ha fatto). Ma nessuno é libero di proibire a qualcuno di scriverlo. Vietato vietare. Come vede, alla Sua acrimonia, per l'ultima volta, rispondo con la mia abituale paziente benevolenza. Voglio peró, in questo purtroppo devo correggerLa, farLe notare che il castellano (e non lo spagnolo come erroneamente scrive Lei) non fu "la lingua" dell'Inquisizione per il semplice fatto che, quando Sisto IV concesse ai Re cattolici il 1 novembre 1478 con Bolla "Exigit sincerae devotionis affectus" l'autorizzazione a nominare persone che ricoprissero l'incarico di inquisitore nell'istiutendo tribunale, giá tale organismo era, da tempo, abbastanza presente in tutti gli stati europei dell'epoca. E poi c'é da precisare che l'Inquisizione pontificia (alla quale Lei fa riferimento) era disposta solo ed esclusivamente dalla Sede vaticana, non dalle autoritá civili che da Essa(la Sede Apostolica) traevano la legittimazione necessaria a governare i popoli. Distintamente La saluto. Postato da: Un uomo libero. il: 17/01/2008 20:24
per uomo libero
Egregio padre Uomo Libero, in un post precedente è stato pregato di smetterla con le sue lezioncine di teologia o di cultura spagnola ( la nobile lingua della Santa Inquisizione, tra l'altro... ) . Non accetto il suo atteggiamento accedemico, non ho bisogno di ricevere lezioni di latino dalla Sua Illuminatissima Eccellenza. Meno internet e più opere di bene! Postato da: laico ergo sum il: 17/01/2008 10:40
due paroline a Laico ergo sum
Sento l'irrefrenabile impulso di intervenire con un mio commento, non certo in difesa di Un uomo libero, che non ha affatto bisogno di patrocinatori, dato che sa benissimo portare avanti da solo le sue ragioni, ma per dire due paroline all'esimio signor Laico ergo sum.
Soltanto due: una riguarda la Chiesa che, a quanto pare, non raccoglie le sue simpatie. Posso essere d'accordo con lui per moltissimi aspetti, ma un merito alla Chiesa, anche turandoci il naso, lo dobbiamo pur riconoscere: quello di aver salvaguardato e tramandato alla posterità la Cultura che, senza la sua benemerita opera, si sarebbe imbastardita o sarebbe addirittura sparita, travolta dalle orde barbariche di cui, ancora oggi, vediamo purtroppo parecchi discendenti ed epigoni.
Rendiamo dunque il giusto merito all'Uomo libero, degnissimo rappresentante di questa Cultura.
La seconda si collega strettamente alla prima, anche se facciamo un salto temporale di qualche secolo e dall'alto Medioevo ci trasferiamo nell'epoca dei Philosophes, il '700, come lei, caro Laico, ben saprà. (E...la prevengo, non mi accusi di fare la lezione di storia da maestrina...perchè in effetti lo sono!)
Un certo signor Voltaire diceva: 'Non condivido nulla di quello che dici ma sono disposto a dare anche la vita perchè tu possa esprimere liberamente il tuo pensiero!' Capito, mio caro?
Grande lezione di tolleranza e di difesa della libertà di parola! Inutile commentare e fare gli inevitabili collegamenti. Sono certa che lei avrà compreso perfettamente le mie argomentazioni.
Per quanto riguarda il suo nick, è chiaramente una parafrasi del cartesiano Cogito ergo sum...mi permetta una frecciatina: lei ha sostituito il 'cogito' con 'laico', come del resto siamo noi tutti, forse perchè non è tanto sicuro che il senso della sua esistenza, della sua humanitas, le derivi dalla ragione?...
Un caloroso saluto a tutti gli amici siciliani, carissimi al mio cuore.
Postato da: Santhippe il: 16/01/2008 23:33
Le erre dei nervosi
I nervosi si sa masticano le erre o le calcano. A quanto pare il nostro nervoso laico, nel tentativo di affermarsi come tale, tra ego sum ha scelto ergo sum, questione di conoscere il latino e quello che si vuole essere. Postato da: Un uomo libero. il: 15/01/2008 20:13
scemi armati
"La preco, Uomo Libbero, li lassase in paci sensa più idervenire sensa testa ne coda, che qui non cè posdo per i sapiendoni"
mamma che strazio...poveri noi ma: non ti curar di loro ma guarda e passa! Postato da: Lo Zio Walt il: 15/01/2008 18:06
per uomo libero
Caro Uomo Libero, basta con le sue lezioni di diritto canonico e con la sua solita lectio magistralis !
Si goda la sua bella canonica annessa alla sua bella chiesa fornita di collegamento adsl e di televisione satellitare.
A noi blogger laici ci lasci liberi di disquisire senza " ingerenze vaticane "!
Postato da: laico ergo sum il: 15/01/2008 17:53
Le cause dei santi
Caro intelligente Socrathe, io avrei una ipotesi forse piú verosimile della Sua, diciamo piú "canonica" del perché il Nostro Benemerito non raggiungerá mai la gloria e l'altitudine degli altari. Veda fino al 1600 le beatificazioni si facevano in loco: inquisitori locali nominati "per delegatum" dal Papa istruivano il processo e, alla fine, proclamavano la beatitudine o la santitá. Considerando quello che ne venne fuori (Vedi: processo di Guglielmo Cuffitella, istruito "per sub-delegatum" e, peggio ancora, per ripicca, quello di Corrado Confalonieri e tanti, tanti altri casi) la Santa Sede decise di accentrare in Roma le cause dei santi. Per questo credo che il Nostro non ha avuto sufficienti meriti per essere promosso, dopo un esame attento e rigoroso da parte dell'Autoritá Centrale, in tale senso. Mi riferisco ai miracoli, necessari, veri ed opportuni. Chissá se, prima della decadenza del mandato, non succederá qualche cosa straordinaria in tale direzione? Chi vivrá, vedrá! La saluto con la stima e la simpatia di sempre. Grazie per la Sua ironia. Postato da: Un uomo libero. il: 15/01/2008 17:26