La Stampa di Torino: I silenzi azzurri di Guccione
Di che colore sono gli occhi di Piero Guccione? - si chiedeva anni fa Gesualdo Bufalino. «Poiché un filo invisibile corre fra la mano che dipinge e la pupilla che la dirige. Dopotutto - proseguiva lo scrittore siciliano - il sortilegio della pittura sta qui: in una retina che si spalanca di colpo sulle cose e, mentre se ne imbeve, le imbeve e colora di sé fino a catturarle nel tranello di una cornice. Il semplice vedere è già un creare». Gli occhi di Guccione ovviamente sono blu. Come le sue marine e i suoi cieli, da tempo ormai soggetti privilegiati, orizzonti rassicuranti. È a questi temi che l’artista ha deciso di applicare quello che Susan Sontag ha definito il suo «vigore contemplativo». Ma l’immenso silenzio azzurro in cui Guccione conduce chi guarda non è altro che il paesaggio che ha davanti a sé, la natura della sua Sicilia abitata per sempre dagli dèi.
La sua pittura è il racconto di un ritorno a casa e, come nelle migliori tradizioni di una mitologia mediterranea, in questa storia a farla da padrone è il mare. Guccione, nato a Scicli nel 1935, ha vissuto a Roma fino al 1979, anno in cui decide di tornare nel suo paese. Da quel momento abbandona gli oggetti del mondo contemporaneo che pure lo avevano attratto, per concentrarsi esclusivamente su un paesaggio senza tempo, volendo semplicemente - si fa per dire - esprimere «lo stupore, uno sconfinato senso di meraviglia, di commozione per tanto e sublime ordine, oltre alla gratitudine profonda verso la vita che ci offre questo alto e silenzioso spettacolo». Se distoglie lo sguardo dal miracolo della natura, lo fa per voltarsi indietro, guardarsi alle spalle e trovarvi la paziente grandezza dei pittori che lo hanno preceduto. Li guarda e li interpreta in una serie di d'après: eccolo frugare tra i nudi del Giudizio di Michelangelo, l’abbraccio di Hayez, l’oro del Cristo di Velazquez, la schiena della modella di Ingres. Guccione li alleggerisce con il suo tocco a pastello. Definisce i contorni esaltando la luminosità dei corpi.
E la carne finisce per avere la stessa bellezza e la stessa fragilità delle foglie dell’ibisco, di cui il pittore ci narra il breve passaggio dalla vita alla morte in alcuni bellissimi pastelli. Attraversando le sale di questa mostra, che raccoglie un'ottantina di opere dal 1963 a oggi (a cura di Vittorio Sgarbi, catalogo Skira) è evidente il passaggio da una prima fase in cui Guccione guarda e cerca di afferrare le cose - una finestra, un cancello, il cofano di una macchina, ma anche un volto da ritrarre - a un momento in cui ciò che lo attrae e lo seduce è il vuoto che circonda una spiaggia, un tramonto, una valle, «il grido della luna», silenzioso come tutto il resto. Proprio nella prima sala ci si imbatte in quello che presto scomparirà dal suo immaginario: un televisore spento dipinto nel 1965, dominato dal buio e dal nero.
I cieli riflessi sulle macchine in sosta che inquadra negli stessi anni, via via si allargheranno per conquistare la tela e dare vita all'era dell'azzurro, quella in cui lo sguardo di Gruccione si confonde con la linea dell'orizzonte e ha l'ardire di confrontarsi con l'infinito. Come i poeti e pittori del Romanticismo. O come un eroe più antico perché in fondo questo mare senza età è lo stesso attraversato da Ulisse. Anche lui affamato di casa.